Irene Lazzarin

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Irene Lazzarin
Che cos'è per te la fotografia?
La fotografia rappresenta per me uno strumento di relazione con l’ambiente che mi circonda, un processo per indagare il visibile e il non visibile. La fotografia è sfuggente: può essere considerata la concretizzazione di un pensiero, ma in una declinazione sempre differente, particolare, determinata da molti fattori casuali. Non è il mio unico linguaggio, ma in questo momento è il più affine alle mie ricerche. Credo ci sia ancora molto da sperimentare.
Parlaci del tuo sguardo e di come lo alimenti.
E’ importante essere onnivori. La lettura e la ricerca teorica sono fondamentali. Lo sguardo segue a un modo complessivo di pensare e interagire col mondo, ha molto a che fare con la consapevolezza ma anche con la predisposizione all’imprevisto. A livello visivo mi piace confrontarmi con immagini differenti: foto amatoriali, diapositive scientifiche, cartoline, vecchie guide turistiche, cinema. La fotografia di altri autori è un ottimo confronto ma quando avvio qualcosa di nuovo cerco di giungervi il più tardi possibile.
Come scegli le tematiche che affronti e cosa ti leghi ad esse?
Non mi interessa essere autobiografica, ma affronto tematiche in cui ho la possibilità di immergermi in prima persona il più a fondo possibile, non solo come fotografa. Spesso faccio riferimento a temi d’attualità, ma allo stesso tempo metto alla prova le possibilità del mezzo fotografico e indirettamente me stessa. Mi piace iniziare dal significato di alcuni termini fondamentali e ampi (diritto allo spazio pubblico, immigrazione, fotografia dei beni culturali etc.) ma poi affrontarli da un punto d'osservazione, una casistica particolare. Mi interessa la contrapposizione e la sovrapposizione fra sfera pubblica e privata, la visibilità e la non-visibilità, in generale il confine, come area ibrida e come limite da testare, come spazio da percorrere o come limite mentale da superare. Il processo, la dichiarazione esplicita del metodo di lavoro, rimane fondamentale in tutte le tematiche che affronto.
In riferimento al lavoro presentato, raccontaci come è nato e come l'hai sviluppato.
Questo libro è nato durante il corso di Paola Binante. La richiesta era di descrivere un territorio ricorrendo alle tecniche off-camera (ed il foro stenopeico). Trattandosi d’immagini generate non dalla ripresa fotografica ma dal contatto diretto, ho voluto creare delle paradossali tracce “a contatto”, delle ipotesi per dei luoghi a me sconosciuti, tratti da negativi di altri. Con il foro stenopeico poi ho ricostruito con immagini del mio ambiente reale quei luoghi mai visti. Ho voluto sovvertire la veridicità della prova fotografica, come attestazione della presenza in luogo. Sono tracce fittizie e reali allo stesso tempo, così com’è la fotografia.
Quale potrebbe essere la destinazione ottimale per questo tuo lavoro? E perché?
Questo punto è molto importante per me. Non vedo i miei progetti solo come una forma di espressione personale ma come un tentativo reale di comunicare ad altri le mie ricerche. Per questo do molta attenzione alla fase dell’esposizione e alla fruizione. In questo particolare caso si tratta di un libro più accessibile a chi ha già riflettuto sul mezzo fotografico, ma vorrei farlo diventare un “gioco” da ripetere con i ragazzi, nelle scuole, perché siano più critici sulla “veridicità” fotografica.
In che modo la tua vita quotidiana influenza il tuo lavoro e viceversa?
In questi anni la fotografia e la progettazione visiva sono stati un percorso di crescita personale. La fotografia insegna a vedere e comprendere la molteplicità ma anche a selezionare continuamente. Fra la mia vita e i miei lavori fino ad ora c’è stato uno scambio continuo, perché vivo ogni progetto in prima persona, percorrendo chilometri a piedi, incontrando e coinvolgendo le persone più diverse, inventando processi e situazioni sempre diverse.
Cosa pensi della fotografia italiana contemporanea?
Ci sono molti autori validi ma mi appare tutto molto frammentato, a causa credo di scarsi riferimenti nel contesto italiano: vi sono alcuni festival di qualità ma nell’immaginario comune, anche di molte istituzioni, la fotografia è ancora una bella immagine e basta. Questo impedisce, a chi avrebbe le capacità, di fare quel salto di qualità che necessita anche di un sostegno esterno. Si deve ancora fare molto riferimento all’estero, specialmente chi è giovane inizia adesso. Ma questo è un problema che non riguarda solo i fotografi.
Forse c’è anche timore di sbagliare, di uscire dal comune. Vedo molta omologazione nei libri fotografici, molto curati nella forma ma a volte superficiali, solamente estetici.
Quali aspirazioni hai per il futuro?
Vorrei poter rispondere alla terzultima domanda ancora allo stesso modo: poter sperimentare ancora, rendere la fotografia un supporto alla conoscenza e alla riflessione critica mia e altrui in un momento politico e sociale tanto delicato.
Per adesso vorrei continuare a esplorare diversi tipi di autorialità condivisa come ho fatto nel mio progetto più recente. Spero di lavorare in questo campo e produrre qualcosa di utile, di incontrare soprattutto dei validi alleati e rafforzare quelli che ci sono già.
Galleria "Atlas of unseen places"
Biografia
Nasce in Friuli nell’89. Si iscrive al corso di Grafica editoriale e Comunicazione Visiva dell’ISIA di Urbino, per poter approfondire i suoi molteplici interessi: l’illustrazione, la fotografia, la grafica, riconducibili a un forte interesse per il libro, come oggetto e come forma di comunicazione. Nel 2011 segue un semestre presso la Escola Massana di Barcellona, dove apprende anche l’incisione, l’animazione e il video. Nello stesso anno torna a Barcellona presso il collettivo no-profit di reporter RUIDO Photo per uno stage, mentre realizza una tesi di ricerca sullo spazio pubblico nella stessa città. Si laurea in seguito alla specialistica Urbino in Fotografia dei Beni culturali e Grafica delle Immagini presso l’ISIA (Urbino), realizzando progetti in forma di libro, video e installazioni. Viene selezionata alla Biennale dei Giovani Fotografi a Bibbiena nel 2012 ed ha esposto a Fahrenheit 39 a Ravenna, SiFest a Savignano, Spazio Labò a Bologna, Museo Archeologico di Ancona.