Katty Nucera

A CASA DI NATASHA
Che cos'è per te la fotografia?
La fotografia ha rappresentato, per una gran parte della mia vita, un mezzo come un altro di sostentamento. I miei genitori erano fotografi tutte e due. La fotografia commerciale, quella delle feste, dei matrimoni, non mi è mai piaciuta, quindi l'ho accantonata per moltissimo tempo. Oggi la fotografia per me è una urgenza, una passione prorompente, la lava sotterranea che finalmente viene fuori. E' accettare che ho sempre visto ogni paesaggio, ogni situazione inquadrati in un fotogramma ed essere libera di esprimermi.
Parlaci del tuo sguardo e di come lo alimenti.
Il mio sguardo è perennemente allerta. Ovunque posi i miei occhi trovo una fotografia. Quindi Instagram mi aiuta a dare sfogo a questa urgenza; poi ci sono i temi veri, quelli pensati, elaborati . Ci sono i viaggi, un misto di vacanza e ricerca, nei quali alimento la passione per la street photography.
Come scegli le tematiche che affronti e cosa ti leghi ad esse?
Nei miei lavori m'interessa raccontare, oltre che le mie sensazioni, un pezzo di realtà, di vita vissuta, il qui e ora. Mi interessa estremamente il lato antropologico del racconto fotografico. Quindi mi lega sempre il rapporto con le persone, l'avvicinarsi anche a sconosciuti (nel caso della street photography) e interagire magari con un semplice sorriso. La mia macchina fotografica si converte così in un potente mezzo di comunicazione, come salire su una giostra e fare il giro della vita.

In riferimento al lavoro presentato, raccontaci come è nato e come l'hai sviluppato.
Sono 19 anni che faccio parte di un Comitato che se ne occupa di ospitare bambini provenienti dalle zone contaminate dalla esplosione nucleare di Chernobyl. Dal 2005 rivesto la carica di presidente. Questo lavoro per me è un atto dovuto. Un ringraziamento direttamente dal profondo del cuore.
Quale potrebbe essere la destinazione ottimale per questo tuo lavoro? E perché?
Credo che una mostra in un luogo con visibilità possa andare bene per parlare di queste persone in modo delicato, senza deformità e sensazionalismi, mostrando anche il lato umano, la tristezza e la gioia della "babuscka" con la sua filiera di denti d'oro. Gente che vive tuttora in un villaggio che doveva essere evacuato.
In che modo la tua vita quotidiana influenza il tuo lavoro e viceversa?
Faccio un lavoro che non ha niente a che fare con la fotografia o la creatività. Ho il vantaggio di lavorare in proprio quindi con un alto livello di stress ma non quello dell'orario. La fotografia è "il mio cavo a terra" un modo di scaricare tensioni convertendole in qualcosa di creativo.
Cosa pensi della fotografia italiana contemporanea?
Credo che in questi ultimi tempi ci sia un risveglio nell'ambito della fotografia, ma mancano curatori, gente che porti il livello di mostre, e soprattutto le stampe di libri, a livelli più diffusi in modo d'indurre interesse degli appassionati/professionisti del settore a un netto desiderio di migliorarsi. Molto si è fatto, ma molta strada c'è ancora da percorrere.
Quali aspirazioni hai per il futuro?
Vorrei continuare a raccontare tanti argomenti fotograficamente , dedicarmi a fare mostre, imprimere qualche libro e mi piacerebbe far parte di un collettivo fotografico.
Galleria "A casa di Natasha "
Il 26 aprile 2016, rincorre il trentennale dell'esplosione nucleare di Chernobyl.
Sono diversi anni che, per motivi umanitari, visito il villaggio di Kirov, nello stremo sud della Bielorussia.
Tanto si è scritto su questa zona martoriata dal disastro nucleare di Chernobyl avvenuto nella vicina Ucraina.
Il mio personale racconto fotografico è un omaggio a tutte le famiglie residenti ancora oggi in questo territorio contaminato.
La loro dignità, generosità e affetto sono una lezione di vita ogni volta che vado a trovarli;
respiro sensazioni che non colgo altrove, che hanno fecondato in me questo velo caldo che filtra la mia visuale.
In questi luoghi, è il cuore a parlare per me, senza pregiudizi, ed è per questo che sono felice di ritornare a casa di Natasha.
Biografia
Nata e cresciuta nello studio fotografico dei genitori, non le è mai mancata una macchina fotografica; un oggetto che fa parte naturalmente della sua vita. Studia Scienze dell’Informazione dove approfondisce la tecnica e la storia della fotografia. Lavora per diversi anni in televisione occupandosi di programmi televisivi e pubblicità. Impara a fotografare in analogico per poi passare a malincuore sul digitale.
Nel 2013, entra a fare parte del gruppo fotografico Grandangolo di Carpi, all'interno del quale realizza l’opera “Dal Tramonto all'Alba Profumo di Pane”. Opera presentata in diverse mostre.
Nel 2014 frequenta il workshop “Futura Storie di Donne” coordinato da Antonella Monzoni. L’iniziativa si conclude a Novembre dello stesso anno con una mostra collettiva dove espone l’opera “Quale Futuro”.
Nel 2015 frequenta il workshop di Leica Academy: Ritratto Ambientato.
Attualmente sta lavorando a diversi progetti fotografici.

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