Marianna Leone

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Marianna Leone
Che cos'è per te la fotografia?
Sono una persona che ricerca spesso la solitudine e allo stesso tempo l’incontro con l’altro, soprattutto se sconosciuto. La fotografia fa fronte a queste due mie esigenze di vita. E’ anche un momento, una immagine in movimento, un odore, qualcosa che smuove e rievoca emozioni controverse da cui tutto parte. E a cui tutto vuole ritornare.
Parlaci del tuo sguardo e di come lo alimenti.
Ho sempre difficoltà a parlare di quello che faccio e soprattutto di come lo faccio. Preferisco di gran lunga fotografare. Questa domanda arriva in un momento in cui sto mettendo in discussione molto del mio percorso fotografico e mi costringe a una riflessione ulteriore. Adesso fotografo quello che ritengo importante, anche e soprattutto per me, cercando di liberarmi da tanti limiti che io stessa mi sono spesso imposta. Sento il bisogno di arrivare in modo diretto e semplice a dire quello che voglio, senza mediazioni formali o “stilistiche” tra me e il soggetto. È un percorso non facile che porta a conoscersi a fondo, a fidarsi di se stessi. Fotografia e vita sono in relazione costante tra di loro. L’una alimenta l’altra. In questo momento mi sento di rispondere così. Che poi la lettura, la visione costante di lavori fotografici altrui e il confronto con gli stessi sia fondamentale, ritengo sia scontato.
Come scegli le tematiche che affronti e cosa ti leghi ad esse?
È sempre presente un legame di tipo emotivo con i temi che affronto anche in quelli apparentemente più connessi a tematiche sociali. C’è qualcosa di assolutamente personale e autobiografico nelle tematiche affrontate, come se fossero manifestazioni di idee che vivono già in me, ma in forma latente. Queste domande impongono un percorso a ritroso attraverso cui tento di palesare gli spunti o le motivazioni che hanno mosso alcune scelte tematiche. Penso alla poetica cinematografica di Pier Paolo Pasolini, al suo film Mamma Roma. Credo, ad oggi, che averlo visto abbia in qualche modo veicolato il mio percorso fotografico e non solo.
In riferimento al lavoro presentato, raccontaci come è nato e come l'hai sviluppato.
L’idea iniziale era quella di raccontare la questione dell’Ilva. Come spesso succede nel corso di lavori, gli obiettivi iniziali si arricchiscono di decisioni o emozioni nuove. Quando ho visto le case parcheggio per la prima volta ho avuto la sensazione, purtroppo vera, che nel quartiere Tamburi, oltre al conclamato dramma ambientale e umano, esistesse una ulteriore e più sommersa sofferenza legata al disagio della periferia. Ho cercato di entrare in questo luogo e di farmi accettare dai suoi abitanti, facendo fronte alle varie difficoltà incontrate. Alcuni di loro mi hanno accolta facendomi trovare, oltre che che la solita tazzina di caffè, le cartelle cliniche loro o di qualche familiare affetto solitamente da neoplasie. Mi sono sentita investita di una responsabilità enorme . Alcune scelte relative al lavoro derivano da questo mio sentimento di inadeguatezza e, se vogliamo, da un certo senso di colpa. Ho scelto di ritrarre i tarantini delle case parcheggio nella loro consuetudine quotidiana, evitando di cadere nella trappola, ammaliante, dell’estetizzazione del dramma.
Quale potrebbe essere la destinazione ottimale per questo tuo lavoro? E perché?
Voglio che il mio progetto venga “restituito” al territorio pugliese. Laddove è nato. Purtroppo nonostante di Taranto si parli tanto, ritengo che lo si faccia in un modo spesso retorico e propagato in modo ideologico. L’idea a cui sto lavorando, partorita grazie ai consigli di una fotografa, nonché mia maestra, è quella di mostrare le immagini non in uno spazio dedicato alla fotografia ma in un luogo aperto e di passaggio che costringa, seppure distrattamente, a guardare. Le immagini pubblicitarie le si guardano, il più delle volte con distrazione; eppure in modo inconscio si radicalizzano in noi e veicolano spesso il gusto e la coscienza. Perché la fotografia non dovrebbe essere usata allo stesso modo?
In che modo la tua vita quotidiana influenza il tuo lavoro e viceversa?
Voglio che il mio progetto venga “restituito” al territorio pugliese. Laddove è nato. Purtroppo nonostante di Taranto si parli tanto, ritengo che lo si faccia in un modo spesso retorico e propagato in modo ideologico. L’idea a cui sto lavorando, partorita grazie ai consigli di una fotografa, nonché mia maestra, è quella di mostrare le immagini non in uno spazio dedicato alla fotografia ma in un luogo aperto e di passaggio che costringa, seppure distrattamente, a guardare. Le immagini pubblicitarie le si guardano, il più delle volte con distrazione; eppure in modo inconscio si radicalizzano in noi e veicolano spesso il gusto e la coscienza. Perché la fotografia non dovrebbe essere usata allo stesso modo?
Cosa pensi della fotografia italiana contemporanea?
Rispondo a questa domanda con difficoltà perché credo sia riduttivo far rientrare la fotografia in una categoria stilistica o una scuola di pensiero e quindi giudicarla. Tuttavia, mi sento di dire, che almeno una parte della fotografia italiana tenda ad essere autoconservativa e autoreferenziale. Non rompe gli argini di un percorso sicuro e storicamente riconosciuto.
Quali aspirazioni hai per il futuro?
Riuscire a vivere un anno in un albergo. E fotografarlo.
Galleria "Temporary life"
Biografia
Marianna Leone è una fotografa pugliese che vive a Roma. Dopo la laurea in filosofia si avvicina alla fotografia che diventa la sua attività principale. Ex allieva della Scuola Romana di Fotografia, affianca a progetti più personali una ricerca fotografica di tipo sociale e antropologico che la porta ad affrontare in più tappe le problematiche legate alle periferie, al centro delle quali pone l’aspetto umano. Attualmente sta lavorando ad un progetto a lungo termine sul quartiere Tamburi di Taranto, parte del quale è stato da poco pubblicato sul magazine di attualità FACE MAGAZINE. Dal 2012 entra a far parte del progetto fotogiornalistico Naked City Project, collaborando attivamente alla sua realizzazione ed entrando definitivamente, con il suo lavoro sulla periferia romana Tor Bella Monaca “Cosa sono le nuvole”, nell’archivio fotografico della città di Roma. Nel 2013 prende parte al progetto fotografico collettivo Confotografia, che ripone L’Aquila al centro di un dibattito sul territorio post-sisma. Ha esposto in varie mostre personali e collettive.